VIA DEGLI DEI


Perché Via degli Dei? 
Il percorso collega Bologna a Firenze snodandosi sull'Appennino tosco-emiliano. Ricalca in parte la vecchia strada romana Flaminia Militare (che collegava Bologna ad Arezzo) riportata alla luce negli anni ottanta. Ma agli inizi degli anni Novanta alcuni bolognesi hanno deciso di apportare delle variazioni sostituendo parte dell'asfalto con alcuni sentieri. Nasce così la Via degli Dei. Ma perché proprio degli Dei? Tale nome era usato per indicare la strada provinciale 59 che risale il crinale Setta-Savena. I toponimi della dorsale che la compongono richiamano divinità pagane come Mons Junonis (Monzuno) o il monte Luario (dea Lua). Questo si legge sui libri, ma sicuramente lo ricollego all'innumerevole quantitativo di dei che ho invocato affrontandola.


Era la fine del 2018 quando il Monty mi propose la Via degli Dei. Accampavo scuse in qua e là così abbiamo finito per rimandare a data da destinarsi. Lo contatto a fine agosto “Via degli Dei 14-15 settembre?” “Ci sto, preparazione?” “Scarsa se non scarsissima”. In estate avrò pedalato si e no 3 volte e il Monty era reduce da due settimane di cucina croata, il top del top.


Giorno 1 - Da Bologna al Passo della Futa - 65km 2000m+




La partenza è fissata per sabato 14 settembre. Prendo il treno delle 5:53 da Pisa direzione Firenze e raccatto il Monty a Montopoli. Arriviamo a Bologna addirittura in anticipo di 3 minuti sull'orario proposto da Trenitalia - pazzesco! Ancora assonnato e reduce dalle birre del venerdì sera raggiungiamo il punto di partenza della via: piazza Maggiore. Per raggiungere la piazza basta tenere la sinistra usciti dalla stazione e girare a destra su via Matteotti. Proseguendo dritto dopo un chilometro e mezzo ci siamo ritrovati di fronte alla fontana del Nettuno e dunque alla basilica di San Petronio.



Intorno alle 9 e qualcosa partiamo. Inizia ufficialmente la nostra Via degli Dei (e dei nostri dei). Dato che il percorso si snoda su sentieri per trekking, nel pianificare l’itinerario da affrontare ci siamo appoggiati al web e alla “Guida alla Via del Dei” di S. Frignani edita da Terre di Mezzo, per capire come adattarlo alle due ruote. Dopo varie consultazioni abbiamo deciso di scaricare la traccia dal sito Bikepacking.com - 130 km per 3000m di dislivello circa. Tale percorso ricalca quasi integralmente il percorso trekking, eliminando qualche salita su asfalto e proponendo qualche taglio nel bosco in alcuni punti.

Lasciata piazza Maggiore ci siamo diretti verso il lungo Reno, direzione Casalecchio, dove ci eravamo dati appuntamento con un caro compagno di scampagnate sul monte pisano: il grandissimo Maurone. Scansando la salita di San Luca (inutile provare a fare il kom visto che ce l’ha piantato Nibali), percorriamo una serie di sterrate dal fondo argilloso: menomale non pioveva dal pleistocene, altrimenti saremmo sprofondati in una melma molto aggressiva. Ippocastani si alternano ad ampi prati che permettono di ammirare le particolari formazioni rocciose intorno alla Rocca di Badolo. 

Mauro ci aiuta subito ad entrare nello spirito del viaggio. Più moccoli che colpi di pedale accompagnati da sonore risate ci conducono fino a Vizzano. Mentre attraversiamo lo spettacolare ponte sospeso, rimango imbambolato a fare selfie e foto senza accorgermi che era aperto anche alle macchine - passano in ogni buo, pazzesco! Ammirato il palazzo Rossini, ai piedi del primo strappo, salutiamo Maurone. I primi metri di dislivello della giornata sono su asfalto. Siamo in località Prati di Mugnano e il sole comincia a picchiare e gli alberi non fanno un gran bel lavoro di ombra. Abbandonato l’asfalto ci ricongiungiamo con il percorso trekking salendo su per un sentiero in direzione Monte Frate. La pendenza non è folle e il terreno ben battuto tiene molto bene, sebbene sia polveroso. Qualche solco generato da vecchie piogge costringono di tanto in tanto a staccare i piedi dai pedali per non capitombolare (come siamo soliti fare). Una serie di saliscendi nel bosco, impediscono di prendere un buon ritmo per affrontare le pendenze. Risultato: inizio a riflettere sulla natura del nome di questo itinerario.

Usciamo dal bosco in prossimità del Monte Adone. Il sentiero per raggiungere la vetta non è lungo, ma costringe a spingere la bicicletta a mano. Decidiamo di aggirarlo proseguendo la salita su asfalto a son di di selfies e filmati - nemmeno dovessimo produrre un documentario per le faRde del Kilimangiaro. Anche se non abbiamo potuto godere della vista dalla cima, il panorama è comunque degno di nota: da una parte la roccia nuda del monte si erge dal bosco sottostante dall’altra ampi campi colorano le colline della valle del Savena.
Arriviamo così a Monzuno, come da programma. Dalle info raccolte doveva essere la metropoli dei paesi della Via. Malgrado gli altri centri incontrati siano effettivamente ancora più piccoli, Monzuno non è che sia un paese la cui offerta supera quella di un paese dalle dimensioni di un paese. Via giù, è un paese. La smania di un bel piatto di pasta al ragù, certezza emiliana, ci ha condotto ad entrare nel primo posto aperto lungo la statale: “Il Giardino”. Quello che doveva essere un momento di riconciliazione con le fatiche appena passate, è stato invece fonte di moccoli. Il ragù era finito (bah!), ci arriva un piatto di penne lisce scotte al pomodoro e basilico. Una tragedia.
Ci rifacciamo al bar del paese, qualche metro più avanti. Il momento del caffè è allietato dal dialetto di due cacciatori autoctoni. Incredibile come in queste zone conoscono per filo e per segno tutte le località, i monti e sentieri toccati dalla Via degli Dei - pazzesco!

Riempiamo le borracce nella piazza antistante il baretto. Il Monty guarda, studia la traccia caricata sul cellulare per cercare conferma riguardo al dislivello mancante al passo della Futa, nostra meta di giornata. La discussione si allarga ad altri due giovani pedalatori bolognesi che anch’essi stavano rabboccando le borracce. “Il più è fatto, la traccia che avevamo scazza, non mancheranno mai 2000m”, un accento romagnolo controbatte “ Ma in realtà ne mancano 2100 a regola”. Il mio cervello non poteva processare la parola d u e m i l a, alle 15 del pomeriggio a pancia piena. Mi fido ciecamente delle valutazione del mio compare, perché avrebbe mai dovuto dire una bestialità? Forse perché voleva essere menato la sera. 

Ci rimettiamo in marcia lungo la SP38 lasciandoci Monzuno alle spalle in direzione Madonna dei Fornelli. Un iniziale strappo asfaltato lascia spazio ad un sentiero in mezzo ad un castagneto. Il sole di inizio pomeriggio riflette sulle foglie generando una sfumatura gialla veramente accomodante. Calchiamo la Flaminia Militare, la vecchia strada romana che collegava Bologna ad Arezzo che in questo tratto si sovrappone alla Via. Il fondo risulta molto pedalabile, ampi tratti battuti si alternano ai caratteristici basalti. Raggiunta la località Le Croci una leggera e godibile discesa su sentiero ci accompagna fuori dal bosco per lasciare spazio alla vista del parco eolico del Monte del Galletto. Una strada carrabile dal fondo un po' ghiaioso costeggia proprio il sito energetico ed è possibile percorrerla a naso all'insù ammirando l’eleganza delle pale. Anche se deturpano il paesaggio, ammetto che mi suscitano un certo fascino. 
La strada carrabile prosegue lasciando ai lati un paesaggio davvero godibile, in lontananza si intravede ancora il Monte Adone, le distese di campi coltivati sembrano livellare le dolci pendenze boschive; di fronte le ultime alture della giornata. Da Monzuno abbiamo affrontato una serie di sali e scendi, che si alternano tra 800 e 1000 metri circa. Nonostante ciò si schiantava di caldo.


Scendiamo energicamente a Madonna dei Fornelli dove facciamo un pit stop al bar di fronte alla chiesa del paese. La prossima salita si trova esattamente di fronte. È pomeriggio inoltrato, pare effettivamente che il più sia stato fatto. 
Lasciamo la strada asfaltata per proseguire nel bosco. Il sentiero ricalca ancora la via Flaminia Militare, ma di basalti qua ce ne sono ben pochi. Infatti il fondo è caratterizzato da rocce di varia dimensione molto smosse. La salita risulta dunque impegnativa, non tanto per le pendenze ma proprio per questo acciottolio. Spingere la bicicletta a mano mi affatica in una maniera devastante. Non che ci fossi molto abituato, ma non pensavo di perdere più liquidi con lo spintage che pedalando. Di tanto in tanto mi fermo a bere, ma più bevo e più sudo ed entro in un circolo vizioso che inizia ad innervosirmi. Inizio ad invocare qualche divinità per far sentire la presenza.


Tra una spinta e una pedalata in una faggeta di mirabile bellezza, arriviamo a Pian di Balestra. Qualche costruzione spunta in mezzo ai degli ampi prati di un verde dorato dalla luce del sole che inizia timidamente a calare. Non potevamo che spendere un po’ di tempo a produrre del materiale fotografico (dell’altro). 

Nel frattempo sopraggiungono dei pellegrini. In questo momento si consuma la mia tragedia. Convinti che pure loro si dovessero fermare al Passo della Futa, origliamo una conversazione che terminava con “siamo quasi arrivati, mancheranno sì e no 3 chilometri”. "Bene, la traccia era stata imprecisa, ci siamo risparmiati quasi 500 m di dislivello". Le fatiche sono finite. Il mio cervello ormai era già fuori dal bosco, palle-a-mollo mood.
Fatto sta che ci rimettiamo in marcia. Ero entrato in comunione con la natura, una sorta di panismo dannunziano. Con il sole che calava avevo ormai tirato i remi in barca. Tutto per quelle dannatissime parole a Monzuno.
Qualche chilometro più in là ricominciamo a salire. Sia chiaro, i minimi sali e scendi per raggiungere Pian degli Ossi non sono lontanamente annoverabili come salite, ma ero convinto di risalire una pista da sci. 



Il Monty nel frattempo aveva avvertito il tipo del monolocale dove avremo dormito, che eravamo prossimi all'uscita del bosco. FALSO, TUTTO FALSO. Passati tre chilometri realizzo che la destinazione di quei pellegrini era un agriturismo situato sulla via. Non mancavano 3 km ma 10, 'orco cane!
Nel frattempo sorpassiamo Pian degli Ossi, senza nemmeno fermarci a vedere le fornaci romane, per proseguire verso la cima Coppi del giro - le Banditacce. La salita - stavolta l’ultima della giornata davvero - dall'altimetria sembrava salire dolce e costante. Mentre il Monty era riuscito a non scomporsi e a trovare il suo ritmo di pedalata - sicuramente nella vita passata è stato Higlander -  io mi abbandono a urla inferocite, invocando divinità sotto varie forme del creato. Lo so, stavo rovinando e compromettendo lo spirito del viaggio, ma la mia religione è diversa, mi dispiace. Il nervosismo ormai ha preso il sopravvento. Il fondo è smosso, la pendenza non è delle più dolci, sudo pure dai denti, non riesco a rimontare in bici e mi tocca spingere. Lascio andare il Monty. In qualche modo riesco a scollinare le Banditacce. Nel bosco filtra pochissima luce, erano ormai le 7 di sera. Mi devo muovere, il Monty sarà già arrivato. Mi butto in discesa (quasi letteralmente). Scavo nelle scarse abilità tecniche che ho per cercare di non fermarmi. La discesa fino al passo della Futa è un lungo rock garden di sporgenti rocce ferme con qualche passaggio tecnico - davvero molto bella se affrontata con calma e qualche ora prima. Ma nervoso, stanco e con il frontino da 80mm mi appariva come una discesa della Red Bull Hardline. Ma tenendo la parte esterna del sentiero con alcune difficoltà e qualche imprecazione cado una sola volta e magicamente mi ritrovo fuori dal bosco. Sono  sull'asfalto di fronte al cimitero Germanico. Pazzesco! 
Scendendo a sinistra prosegue la traccia, a destra invece la strada sale verso il camping della Futa, dove mi aspettava il Monty. “La prossima volta che mi dici che mancano 3 km t’ammazzo”. Avevamo concluso 65 km per 2200 di dls. La doccia calda spazza via ogni nervosismo. Ci concediamo una sostanziosa cena al ristorante da Pako.


Giorno 2 - Dal passo della Futa a Firenze - 65km 1600m+






Sveglia alle 7:00. Sistemate le bici andiamo tutti carichi al bar del campeggio per la colazione. È chiuso. In tutta la zona del passo non c’è una struttura per fare colazionare. Ci fermiamo al cimitero Germanico per una rapida visita e ci rimettiamo in traccia. 
Percorse poche centinaia di metri sulla SR65, in località l’Apparita svoltiamo nel bosco. Il prossimo centro abitato che avremmo dovuto incontrare è Sant’Agata, ma ci separavano un paio di ore. La prossima sosta, dunque, è al Passo dell’Osteria Bruciata. Il bosco è sempre una faggeta e le luci e il silenzio del mattino rendono la poca e dolce salita piacevole. Il fondo è prevalentemente pedalabile, ma a tratti è necessario scendere a causa di pietre umide smosse e solchi provocati dall'acqua. Tratti di bosco si alternano a viste panoramiche: di tanto in tanto si scorgono delle particolare rocce rossastre e in diversi punti si scorge il lago di Bilancino. 



Scansiamo la vetta del Monte Gazzaro e raggiungiamo senza difficoltà il passo. Arrivati alla stele giriamo a destra per imboccare una lunga discesa medio tecnica: avendo la front in alcuni punti è necessario avere un gran manico per affrontare alcuni passaggi rocciosi molto ripidi. Ad eccezione di qualche punto il sentiero è largo e pulito. Arrivati al bivio per Sant’Agata ci concediamo una deviazione per fare la attesissima colazione. Il bar è gremito di autoctoni che giocano a carte; una tale foga nel gioco non l’avevo più vista dal circolo di Pappiana.

Il prossimo obiettivo è il Monte Senario. Tornati al bivio proseguiamo e raggiungiamo San Piero a Sieve percorrendo una lunga sterrata tra casolari e campi coltivati. Siamo circondati dal tipico paesaggio rurale toscano. 




Il sole comincia a picchiare. Il nostro itinerario prende una deviazione da quello trekking. Seguiamo i nostri GPS che ahimè ci conducono in località Cardetole. Ci inerpichiamo su per una salita asfaltata spacca cosce al termine della quale ci accoglie un burbero cacciatore fiorentino. Quella che doveva essere una scorciatoia si rivela una fregatura pazzesca. La salita che abbiamo affrontato pare sia una strada privata e la deviazione nel bosco che dovevamo imboccare presso la località Casacce, pare sia stata declassata anch'essa a strada privata. Dato che era iniziata la stagione di caccia questo gentiluomo minacciandoci velatamente ci ha invitato a non proseguire. Dopo che il Monty ha rischiato di fare a schiaffi abbiamo imboccato la statale in direzione Novoli. Anziché andare verso il Castello del Trebbio abbiamo proseguito fino a Tagliaferro, dove abbiamo incrociato nuovamente la Via. Il sentiero è ben visibile: una pettata completamente assolata ci separa dal bosco. Iniziamo con i nostri rampichini a far girare le gambe, ma le pendenze folli, fino al 22% - complice anche una temperatura superiore ai 30 °C - rendono il tragitto un inferno. Ecco che gli dei della via ricompaiono sul nostro cammino (e grosso modo non mi abbandonano più fino al Santuario). Infatti entrati nel bosco non è che il fondo sia tanto più pedalabile, tratti lisci si alternano a gradoni pallosissimi dove è necessario sollevare a più riprese la bici. Con un po’ di fatica usciamo dal bosco e su asfalto raggiungiamo la Badia del Buonsollazzo - edificio completamente abbandonato.


Da Sant'Agata non ci siamo più preoccupati di riempire le borracce. Adesso ne paghiamo il conto, perché in questo tratto non c’è alcuna fonte. Con vista al rudere, sulla destra parte una violenta pettata nel bosco. All'imbocco è appeso un cartellone che recita "Superato il Purgatorio, ammirare il Paradiso". Tutt'ora mi chiedo cosa abbia voluto dire, visto che questa è stata la parte più noiosa dell’itinerario. Tra il fondo che costringeva spesso a mettere piede a terra e spingere la bicicletta, tra il sottobosco molto sporco e l’assenza di viste panoramiche, colpa anche dell’arsura, stavo per arrotarmi le palle.

Alle 3 del pomeriggio circa arriviamo al Santuario di Monte Senario. Un panino con la finocchiona, una rinfrescata alla fonte, un caffè al bar e di nuovo in sella, stavolta con la destinazione finale: Piazza della Signoria a Firenze.

Scendiamo a fianco del santuario, prima tra gli abeti e poi su asfalto, fino a raggiungere la località Croce di Sette Santi, lo spartiacque tra Mugello e la valle del Mugnone. Imboccando il sentiero per la Vetta delle Croci scendiamo tra ampi prati con vista sulla piana di Firenze. Un paesaggio davvero mozzafiato. Una scala di gialli è interrotta di tanto intanto da qualche boschetto, da qualche frassino e qualche cipresso. Una vista, quella sulla piana di Firenze, che ricorda un po’ quella della via Francigena.
Arrivati a Vetta le Croci abbiamo proseguito per sentieri, anche se a posteriori avremmo potuto scendere fino a Fiesole su asfalto. Infatti per raggiungere Poggio Pratone, sebbene il dislivello non sia impossibile, è necessario portarsi la bici a spalla per alcuni tratti della salita (a fine giornata una palla incredibile). Una serie di radici e gradoni mi fanno perdere il cervello più volte. Il bosco non lascia spazio a panorami memorabili, se non sulla cima del poggio. Questo tratto è davvero evitabile.
Giunti a Fiesole l’itinerario sembra essere finito e infatti una serie di sentieri non troppo puliti alternati a brevi tratti su asfalto ci conducono nel centro città. Intorno alle 6 e mezzo del pomeriggio di domenica arriviamo in Piazza della Signoria.
Per festeggiare i 130 km percorsi con 3600 m scalati (600m in più delle aspettative, pari a 600 moccoli in più) ci concediamo una bella birra.

A giro concluso posso ammettere che la fatica provata deriva tutta dalla mia scarsa preparazione. Il giro merita? Si, assolutamente. In soli due giorni si ha la possibilità di passare velocemente da un paesaggio meraviglioso all'altro senza accorgersene. E poi stiamo parlando di stare due giorni su e giù per i monti, di questo ne val sempre la pena.




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