Val d'Orcia

By Fami

Il Tuscany Trail si avvicina, mancano solo 7 mesi. 
Ottobre è clemente, è il caso di sfruttarlo prima che arrivi la mota. 



Val d'Orcia - 65 km 1650m+


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Con la nostra solita calma messicana partiamo in auto in direzione Buonconvento, intorno alle 8:00 da Montopoli. Impieghiamo poco meno di 2 ore per arrivare a destinazione. Il tempo non è dei migliori, banchi di nebbia e cielo cupo: una giornata uggiosa. Ma che colore ha?!

Buonconvento è deserta. Non so se per l’ora o per la giornata uggiosa, ma per il corso principale, nonché unica strada del centro storico, non c’è un’anima. Abbandoniamo alla svelta il paese, imboccando a sud il primo tratto di Via Francigena della giornata. La notorietà di questa via è evidente dalla cura riservata alle strade del percorso. Non un sasso in più, né un filo d’erba di troppo. Tutto spazzolato e sfrullinato. A conferma abbiamo anche riscontrato una numerosa frequentazione. Pellegrini a piedi a destra e sinistra con zaini carichi nemmeno dovessero salire sull'Everest, bravi loro.

Da Buonconvento a San Quirico d'Orcia di fatto seguiamo strade bianche che ricalcano alternandosi tratti della Via Francigena e dell’Eroica. Scendiamo più o meno paralleli alla via Cassia (SR2). 

Il cielo è sempre coperto da una foschia fastidiosa che mina la luce per fare le foto. Siamo costretti così a pedalare e a concederci poche pause. Lasciamo lo sterrato quando incrociamo la provinciale del Brunello in località Valdicava, per immetterci su una strada consorziale cementata: la Sferracavalli. Per quanto corta, appena 2 km, ha una pendenza media del 14% con punte che però superano il 20%. Sebbene avessi il cambio nuovo con la padella da 46 denti, ponzavo nemmeno avessi fumato una stecca di sigarette. Con qualche moccolo e sempre sui pedali facciamo il nostro ingresso trionfale nel paese di Montalcino



Le viuzze sono intasate da ciclisti super pro con bicioni da n-milan euro, tutti belli depilati e tirati. ‘Orco di un cane! Non ci eravamo assolutamente posti il problema, visto che dove andiamo di solito è già tanto che esistano i sentieri. Ma quella domenica lì, il 13 ottobre, ricorreva la 30esima edizione della Gran Fondo del Brunello. Ci concediamo una sosta ad un baretto e ripartiamo in direzione San Quirico. Dove? Esattamente sul percorso della gran fondo. Risaliamo a ritroso la gara, con massimo rispetto e massima attenzione. Pur di non intralciare, manca poco mi butto giù dal ciglio. Non ho mai indagato approfonditamente le ragioni del mio odio verso le granfondo, forse è banale invidia per i partecipanti che vanno sodo, forse non ne comprendo il senso. Dai primi ai merdesimi abbiamo ricevuto più occhiatacce che saluti. Abbiamo raccolto diversi boccettini lunghi vuoti lasciati per la via. Abbiamo bestemmiato assai. Tutti concentrati ad arrivare merdesimi, i favollini non guardavano davanti nemmeno in discesa. Potevamo dare noia al massimo alla vista, visto che non siamo dei naioni. Ma non eravamo assolutamente d'intralcio. La "gara" non era né segnalata, né tanto meno era stata chiusa  la strada. Di marshall ne abbiamo visti solo due. Bah!



Emblematico è stato l’incontro con un ciclopatrizio. Questo disgraziato ha forato di fronte a me mentre sostavo sotto un ulivo a bordo strada. Un omino secco ricucito, tutto tirato, pareva bambato. Scott carbon, ruote carbon, manubrio carbon, di sicuro aveva anche la fava carbon. Gli attrezzi? Figurati, troppo peso! Inutile dire che nessuno si è degnato di chiedere se avessimo avuto bisogno di una mano, sfrecciavano parevano pagati. Un timido tentativo di riparare il trincio sulla spalla del copertone con il nastro isolante va a vuoto. “Mi potresti fare una grossa cortesia? Sai, non ho nemmeno il telefono dietro…” Già che c’eri potevi lasciarci anche le palle a casa.

Nel frattempo il sole salendo aveva spazzato via la foschia. Purtroppo non siamo riusciti a goderci per bene il paesaggio per non rischiare falciati dai pro.



Siamo in prossimità della salita di San Quirico, quando finalmente le strade si separano. Siamo intorno all'ora di pranzo, una foto con il grandissimo Tazio, una pedalata nel centro e poi lesti a mangiare. “La Bottega di Porta Nova” un posto casereccio, di una cortesia unica. Un tagliere di prodotti locali, un birrone artigianale, cantuccini e vin santo e si riparte. Direzione Castelmuzio.

Il tempo è davvero clemente, sebbene ci sia il sole, il caldo non si fa sentire. Abbandoniamo l’asfalto per salire in località Celamonti. La strada bianca è frequentata anche dai trattori, dati gli evidenti solchi e la terra estremamente smossa lasciata da questi bolidi. È il momento giusto per incignare il frontino nuovo. Salendo a fianco del Monty, mi ritrovo in mezzo a delle sabbie mobili che inesorabili mi risucchiano. Me la cavo solo con una sbucciatura. Ci troviamo in una tipica cartolina della Toscana. Sulle colline tutt'intorno, balle di fieno macchiano dei vivaci prati verdi; seguendo i filari di cipressi si scorgono le bellissime tenute delle aziende agricole autoctone. I rilievi sembrano come vellutati. In una parola: pazzesco!






Siamo nei pressi di Poggio Castellaccio quando abbandoniamo le strade bianche in favore di un sentiero della Rete Escursionistica Toscana. Purtroppo si rivela una scelta infelice, l’alternativa su asfalto sarebbe stata più valida. Alcuni tratti segnano il confine dei campi coltivati. Con questi è stato arato tutto. Dalla terra, al sentiero, persino il cartello della sentieristica giaceva a terra. In più altri tratti risultano molto sporchi e impedalabili. a causa di frasche tagliate che intralciavano il passaggio. Siamo costretti ad un breve tratto di spintage. Dopo pochi minuti sbuchiamo sulla SP71 che ci conduce a Castelmuzio. La festa dell’olio anima i vicoli del paese, ma purtroppo ha ben poco da offrirci. Siamo a metà pomeriggio e bisogna ancora affrontare un tratto ignoto nel bosco. Dopo una barretta e una sosta acqua ripartiamo in direzione San Giovanni d’Asso. Lasciato l’asfalto riprendiamo subito una strada bianca che ci riporta in mezzo alle tenute coltivate.



Lo spettacolo dei calanchi e del velluto sulle colline ci costringe ad alcune soste fotografiche. Passando a fianco di un casolare diroccato, scendiamo tra filari di cipressi. Maiale la Toscana! Ostinati a seguire la traccia, scavalchiamo una piccola rete per trovarci in un padule dove a stento ci orientiamo. Anche qua, i sentieri si confondono con i campi. La vegetazione è comunque contenuta, il bosco non è dei migliori, ma senza grosse difficoltà sbuchiamo a ridosso di una abitazione. Da qua solo una pettata ci separa da San Giovanni d’Asso.

Passata la chiesa di San Pietro in Villore, lasciamo via delle More per imboccare il sentiero Cai 5e. Ampi tratti carrabili si alternano a tratti più stretti. Dolci sali e scendi rientrano a più riprese nel bosco. Il sentiero è molto godibile e il fondo non è affatto smosso. Solo qualche solco causato dall'acqua e qualche cratere creato dal passaggio di trattori richiede un po' di gamba in salita. Anche se il paesaggio non è maestoso come quello di qualche ora prima, un bel tramonto caldo colora di rosso il cielo e rende quest’ultimo tratto del percorso molto suggestivo. Un rincorrersi di luci e ombre che si alternano entrando e uscendo dal bosco, rendono questo ultimo tratto veloce e divertente.

Sbuchiamo così sulla SP451, montiamo le luci e rientriamo a Buonconvento per concludere l'anello. Come da prassi, ci concediamo un birrone con qualche crostino toscano, prima di avviarci verso casa.

Sebbene il giro si snodi su strade bianche, carrarecce e asfalto, non risulta mai noioso grazie alla bellezza unica dei paesaggi toscani. Nonostante i soggetti siano sempre le colline toscane, non stancano mai. Giro poco faticoso, estremamente panoramico, consigliato anche per una bici gravel.

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