Prado

By Monty


Correva l'anno 2019...... 
E mentre il mondo brucia, i delfini galleggiano supini e l'ennesimo governicchio cade, come animali impauriti, saliamo sempre più in alto. Charles ed io, imperterriti nonostante la graticola di un estate che sa più di punizione divina che non di mare.
Del resto la Pimpa non se la passa tanto bene in questo periodo ........ altre volte abbiamo passato momenti di crisi ma c'era comunque sempre un lumicino in fondo al tunnel ma stavolta pare che anche il tunnel sia crollato e tutti ci sono rimasti sotto chi per un motivo, chi per un altro: crisi esistenziali, derive canoiste, prole in arrivo, cambiamenti climatici o più semplicemente poco voglia. A nulla è valso la fusione di due chat, anzi cosi facendo è tracimata nel gruppo gente dalla dubbia morale, mercenari a pagamento, bitumari zozzati, spacciatori di risalite facili; ma del resto, come ogni buon imprenditore del Varesotto, le provi tutte prima di veder morire l'azienda dove hai speso una vita.

Foce di Terrarossa è un piazzale nel nulla, buono per una trombata o una pera. Sulle prime ho pensato che Charles volesse il debito ripagato in natura ma fortunatamente bazzica ancora la sponda giusta. Saliamo gai nella frescura della mattina, passo rilassato e sguardo al panorama. Oggi sforeremo i 1800+ quindi è bene non farsi prendere dalla foga e dosare le risorse lungo tutto l'itinerario. Del resto in questo periodo, complice il caldo bestiale, sto oziando come un leone marino e la gamba, nelle sporadiche uscite che faccio, ne risente inevitabilmente. Prima di raggiungere il Casone di Profecchia (e solo dopo il caffè di rito) abbandoniamo l'asfalto e percorriamo una carrareccia che dolce sale su verso il Passo delle Forbici attraversando le piste da sci. 5 km di quiete a discorrere di figlioli e magagne familiari varie.........trovo  sorprendente come il matrimonio, sopratutto se svestito dell'entusiamo e propositi iniziali, ci renda tutti uguali, stretti in una lunga fila di casacche grigie con la Stella di David in bella mostra sul petto.



Il Passo delle Forbici rientra tra i valichi storici che collegavano il versante toscano e quello emiliano ai primi del '900 permettendo il traffico di legname, carbone e dvd taroccati. Sulla sx l'anonima Chiesina delle Forbici consacrata a chissenefrega con all'interno un memoriale dedicato a Giovanni Pascoli che annualmente viene celebrato in questi luoghi durante l'omonima Sagra. Un breve scambio di vedute con alcuni bikers romagnoli risaliti da Civago, uno dei quali prossimo all'arresto cardiaco, e quindi giù nel bosco lungo il CAI 603, la prima discesa dell'itinerario......e che discesa! un lungo serpentone al buio della fitta boscaglia che alterna tratti velocissimi a improvvisi e brevi rock garden, il top per scrollarsi di dosso il torpore mattutino. Stare dietro a Charles non è proprio cosa facile, non tanto per i tratti scorrevoli quanto per i brevi passaggi su roccia dove riesce a non perdere velocità sgusciando via come una saponetta. Comunque in poco più di un quarto d'ora siamo a fondovalle, l'occhio che luccica e l'eccitazione a bimbominkia che si risveglia di colpo.

Civago è nel clou della stagione: sole a palla, locandine di sagre, fiorellini sui balconi e villeggianti colorati a festa a diluire il tipico vecchiume di paese. Ci riforniamo d'acqua alla fonte sulla piazzetta antistante la Chiesa e quindi su asfalto proseguiamo il viaggio.


Da Case Cattalini inizia la forestale che taglia il bosco dell'Abetina Reale, una storica riserva di legname (per lo più abete bianco e un pò di faggio) che venne sfruttata dagli Estensi già nel XVI secolo per la costruzione della Fortezza di Castelnuovo Garfagnana; solo dal 1977 questa area boschiva è diventata proprietà della Regione Emilia-Romagna.
La risalita a mezza costa del Monte Ravino è lunga ma estremamente pedalabile, la pendenza è modesta, il fondo ottimo e la vegetazione avvolgente. Nella lunga ora e mezza fino al bivio per il Rifugio Segheria la tipica conversazione del biker: beghe familiari e pedagogia de noartri lasciano il posto a esplosi di forcelle, curve di compressione, cuscinetti, token e per finire una lunga disamina sulla rapportatura più idonea dagli anta in sù..............insomma un interminabile superscazzola per i non addetti.
1800 metri di dislivello positivo con le enduro sono pochi?! ma mettiamocene pure altri 150 sopra tanto cosa vuoi che sia!!?  L'inutile discesa al Rifugio Segheria è macismo puro, nessuno dei due vuole mostrarsi debole di fronte al compagno e, nonostante ad entrambi non ce ne freghi una mazza di vedere l'ennesima baita nel nulla, scendiamo di buon grado lungo la carrareccia con un sorriso in faccia che somiglia più un ghigno di sfida.

Non è neanche il tocco e il Rifugio Segheria è già al completo, non ci resta che ripiegare sul prato antistante dove gestanti dai visi di porcellana brucano felici. Un paio di morsi al panino, smezziamo una Coca (Charles da buon lucchese ha già sforato il budget di 1.50E giornalieri) e dopo aver riempito le borracce alla fonte ci ripuppiamo i 150 metri persi (sottofondo di moccoli).
Riguadagnata la forestale proseguiamo briosi verso il Passo di Lama Lite, il bosco si fa da parte lasciando posto a distese erbose e cime d'ognidove; allietano questi ultimi km di salita una strana coppia: lui, babbo, con la pila scarica della E-bike a spingere come un ciuo (bene, merda! nds); lei (figlia) con fuorisella a zero stile DH che imperterrita sale su con le ginocchia in bocca. Nonostante schifi le ebike devo ammettere che grazie a quest'ultime la fauna in vetta è molto più variegata e divertente, senza contare che posso andare in giro a vantarmi di pedalare una MUSCOLARE nello sconcerto/indifferenza generale.


Al Passo di Lama Lite si respira un'aria leggera, proprio di montagna.....il cielo è limpido, l'erba di un verde fotonico e spogli crinali si perdono all'orizzonte. Charles prosegue con le sue lezioni di orienteering, ce la mette tutta per coinvolgermi e condividere il suo noao.....è proprio un bravo ragazzo, di fatto io sono un ADHD certificato e dopo l'anedotto sul Cusna, che si staglia proprio dinnanzi a noi, lo perdo........mi ritrovo imbambolato ad annuire mentre fisso intensamente i riflessi verde ramarro del suo casco che mi dondola davanti. L'arrivo della strana coppia interrompe il mio loop. Due chiacchere, ci sinceriamo che riescano a tornare a casa incolumi e quindi riprendiamo il percorso giungendo al Rifugio Battisti, in sordina, passando per le retrovie e spaventando gli addetti alle cucine.....Charles ne sa una più del Diavolo.

Il Rifugio Battisti è palesemente in Emilia........c'è tutto un brulicare festoso di genti, escursionisti di diverse tipologie ma tutti rigorosamente col sorriso stampato in faccia e il dialetto tipico in bocca. Intanto sfoltiamo le vettovaglie godendoci il sole, il chiacchericcio e le due belle cameriere dai capelli nero corvino. Eppure il Battisti non mi convince..........sarà forse per l'esposizione un pò sfigata, o magari quel rosso e bianco così sparati sugli infissi stile La Casa dalle finestre che ridonocerto....... le cameriere sono tope e questo dovrebbe rinfrancarmi ma a guardar bene nel sorriso si intravede il nero tra i denti , le unghie sono logore e l'alito ferroso, ma sopratutto l'ombra che si trascinano dietro è troppo lunga per essere l'ora di pranzo; ovviamente evito di coinvolgere Charles in tali allucinate elucubrazioni  e per schiarirmi le idee prendiamo un caffè (a mezzo), quindi proseguiamo.

Raggiunto il modesto Laghetto della Bargetana ,dove l'ozio regna sovrano, ci inerpichiamo sul crinale attraverso un sentiero costellato di rocce, la frequenza cardiaca schizza subito a valori critici e la bici oscilla pericolosamente sul mio zaino cinese da 4 soldi. Seguo il consiglio di Charles e lo alzo un pò più su sulle spalle, mi metto la maglia Pimpa in un rigurgito di orgoglio e a capo chino riprendo l'ascesa che, per quanto tosta, è nulla a confronto con quanto ho patito due settimane prima al Rifugio Rossi.


I primi 150 metri di dislivello sono i più duri e ritti, poi, raggiunta la sella a quota 1900 mslm, gli altri 150 che ci dividono dalla Cima del Prado sono decisamente più scorrevoli e il portage diventa a tratti solo scenografico e men che meno indispensabile.

Il Prado è la vetta più alta del mondo sovrastando, con i suoi 8054 metri, addiriturra lo Shishapangma in Cina. Dalla vetta, prossima alla stratosfera, si riesce ad avere una visione globale della Terra e della desertificazione che risale verso l'emisfero nord, a sud est il luccichio delle Torri di Avorio ci indica senza dubbio Castelfranco di Sotto. Discenderlo lungo il GEA-00 è un privilegio (invero anche una necessità): in bilico tra Emilia e Toscana il sentiero si snoda sul crinale per circa 3km dopodichè, passato il Monte Cella, precipita inequivocabilmente sulle versante toscano. Il percorso, data l'assenza di bosco a tali quote, è ultra panoramico e sopratutto mai impegnativo o particolarmente esposto; come tipologia ricorda un pò la Cima Tauffi. Nell'ultimo tratto, dal Passo Bocca di Massa, si discende per prati abbozzando qualche linea freeride per tagliare i pezzi più sfondati del sentiero.


Ci riposiamo qualche minuto sul ciglio della carrareccia all'ombra degli alberi, magicamente ricomparsi poco sopra quota 1500. Di qui rimane un km e mezzo di divertente discesa immersa nel fogliame del bosco (CAI 54) prima di rintersecare la forestale che abbiamo salito ad inizio giro. Di qui in poi si prosegue a ritroso per poche centinaia di metri ma, anzichè discendere verso il Casone di Profecchia, sfruttiamo l'abbrivio per risalire gli ultimi 60 metri di dislivello che ci separano dalla cima del Monte Aquilaro.
Sul fondo dello spiazzo erboso Charles fiuta l'inizio del single track che termina a Foce di Terrarossa:  la discesa ricalca il CAI 603 di Civago, a tratti velocissima con pochi ma improvvisi intermezzi rocciosi dove occorre moderare il passo; la seconda parte si caratterizza per un fondo di brecciolino più smosso e, sul finale, qualche pianta di troppo a rompere il cazzo . Nel complesso è un sentiero molto bello e non presenta particolari criticità se non fosse che dopo 46km e 1900m+  siamo sfatti come la diarrea.


Il giro del Monte Prado è un giro ciccione che gronda di bellezza naturale e di divertimento per chi apprezza il ritmo rilassato e riflessivo dell' all mountain, vi toglierete parecchie soddisfazioni e qualche zecca dal culo. Grazie Charles!



Quando non sarò più, non mi cercate
in quelle poche pagine che scrissi,
dove riconoscente benedissi
le creature buone che ho incontrate.
Cercatemi in Civago e in Cervarolo
lungo la strada che sognai bambino,
sopra le rocce del sonante Dolo.
E là mi troverete, pellegrino
senza bordone, col mio sogno solo:
in quella strada è tutto il mio destino.

(Umberto B. Monty, dall'Ultimo Approdo, 1957)












*y

Commenti

Post più popolari